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Psicologia
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Codice: PSGL12

Logica

  1. “ Supponiamo che un individuo possa ricostruire elettronicamente un'immagine animata del suo oggetto del desiderio, che nella vita reale non può manipolare come meglio crede, magari semplicemente perché non suscita nell’altro un analogo stimolo. Ammettiamo che attraverso pratiche sessuali elettroniche quell’individuo possa piegare alla sua volontà quell'immagine. Se ciò accadesse nella vita reale sarebbe un'aggressione violenta, uno stupro e quell'individuo finirebbe in cella (si spera). Nel ciberspazio tutto è permesso, anche la proliferazione di patologie violente e crudeli, se pur virtuali. Questa sarebbe liberazione? Forse liberazione degli istinti più bassi. Se ciò può accadere è perché viviamo in una società che produce numerose frustrazioni tenute a freno da regole sociali e morali, ma che vengono liberate in ambienti virtuali (…) ma come agirebbe sul terreno reale un individuo abituato a realizzare le proprie aggressioni violente, a dettare ordini, a piegare alla propria volontà immagini virtuali di altre persone reali?
    “Il potere teme la libertà dell’immaginazione (…) Non dimentichiamo che sia Stalin sia Hitler sono noti per aver bandito la pubblicazione dei racconti di fate” (Stenger, 1991). Forse sarebbe meglio capovolgere questa osservazione e constatare invece che il “potere” cerca di fornire proprio strumenti di evasione. In fin dei conti è più facile accettare di esser schiavi su questa terra se poi nel ciberspazio tutto è lecito. Il ciberspazio, dove il corpo è assente, potrebbe diventare un illusorio conforto per il corpo martoriato dallo stress e dallo sfruttamento che subisce nel mondo reale. Hitler e Stalin sarebbero stati ben contenti se avessero avuto a disposizione anche questa possibilità, oltre ai loro campi di sterminio di massa. Nella visione di Orwell i media entravano nel mondo reale per condizionare la vita concreta degli individui, con il ciberspazio il mondo reale può seguire tranquillamente il suo corso, purché l’individuo si riconosca nelle vaste possibilità e personificazioni del ciberspazio. Il ciberspazio rischia di essere veicolato come la “droga” più micidiale che sia mai stata inventata.”
    (Da Alberto Pian, Computer, scuola e formazione)
     

    Delle seguenti affermazioni UNA SOLA è rigorosamente deducibile dal testo di Alberto Pian:

    1. Le pratiche sessuali elettroniche neutralizzano le pulsioni violente degli individui aggressivi
    2. La libertà dell'immaginazione è sicuramente un pericolo per il potere
    3. Le regole sociali e morali possono produrre, ma anche frenare, le frustrazioni degli individui
    4. La visione di Orwell è una conturbante ma precisa profezia dell'uso dei media nelle società del nostro tempo
    5. Un individuo aggressivo nel ciberspazio non potrebbe non essere aggressivo anche nel mondo reale
  2. “ Supponiamo che un individuo possa ricostruire elettronicamente un'immagine animata del suo oggetto del desiderio, che nella vita reale non può manipolare come meglio crede, magari semplicemente perché non suscita nell’altro un analogo stimolo. Ammettiamo che attraverso pratiche sessuali elettroniche quell’individuo possa piegare alla sua volontà quell'immagine. Se ciò accadesse nella vita reale sarebbe un'aggressione violenta, uno stupro e quell'individuo finirebbe in cella (si spera). Nel ciberspazio tutto è permesso, anche la proliferazione di patologie violente e crudeli, se pur virtuali. Questa sarebbe liberazione? Forse liberazione degli istinti più bassi. Se ciò può accadere è perché viviamo in una società che produce numerose frustrazioni tenute a freno da regole sociali e morali, ma che vengono liberate in ambienti virtuali (…) ma come agirebbe sul terreno reale un individuo abituato a realizzare le proprie aggressioni violente, a dettare ordini, a piegare alla propria volontà immagini virtuali di altre persone reali?
    “Il potere teme la libertà dell’immaginazione (…) Non dimentichiamo che sia Stalin sia Hitler sono noti per aver bandito la pubblicazione dei racconti di fate” (Stenger, 1991). Forse sarebbe meglio capovolgere questa osservazione e constatare invece che il “potere” cerca di fornire proprio strumenti di evasione. In fin dei conti è più facile accettare di esser schiavi su questa terra se poi nel ciberspazio tutto è lecito. Il ciberspazio, dove il corpo è assente, potrebbe diventare un illusorio conforto per il corpo martoriato dallo stress e dallo sfruttamento che subisce nel mondo reale. Hitler e Stalin sarebbero stati ben contenti se avessero avuto a disposizione anche questa possibilità, oltre ai loro campi di sterminio di massa. Nella visione di Orwell i media entravano nel mondo reale per condizionare la vita concreta degli individui, con il ciberspazio il mondo reale può seguire tranquillamente il suo corso, purché l’individuo si riconosca nelle vaste possibilità e personificazioni del ciberspazio. Il ciberspazio rischia di essere veicolato come la “droga” più micidiale che sia mai stata inventata.”
    (Da Alberto Pian, Computer, scuola e formazione)
     

    Delle seguenti affermazioni UNA NON È COERENTE con le informazioni che si possono ricavare dal testo riportato:

    1. Che Hitler e Stalin abbiano messo al bando le fiabe non implica che non avrebbero favorito la diffusione delle pratiche di evasione nel ciberspazio
    2. L'abitudine a evadere in un'altra dimensione, sia pur virtuale, rende l'individuo meno facilmente manipolabile dal potere
    3. L'abitudine ad evadere in un'altra dimensione, sia pur virtuale, può rendere l'individuo più docile e meno reattivo nel mondo reale
    4. Il ciberspazio non offre all'individuo, sfruttato e avvilito nella realtà, un conforto autentico e valido
    5. Oggi tiranni quali Hitler e Stalin potrebbero avvalersi di nuovi efficaci strumenti di potere, oltre ai campi di sterminio di massa
  3. “ Supponiamo che un individuo possa ricostruire elettronicamente un'immagine animata del suo oggetto del desiderio, che nella vita reale non può manipolare come meglio crede, magari semplicemente perché non suscita nell’altro un analogo stimolo. Ammettiamo che attraverso pratiche sessuali elettroniche quell’individuo possa piegare alla sua volontà quell'immagine. Se ciò accadesse nella vita reale sarebbe un'aggressione violenta, uno stupro e quell'individuo finirebbe in cella (si spera). Nel ciberspazio tutto è permesso, anche la proliferazione di patologie violente e crudeli, se pur virtuali. Questa sarebbe liberazione? Forse liberazione degli istinti più bassi. Se ciò può accadere è perché viviamo in una società che produce numerose frustrazioni tenute a freno da regole sociali e morali, ma che vengono liberate in ambienti virtuali (…) ma come agirebbe sul terreno reale un individuo abituato a realizzare le proprie aggressioni violente, a dettare ordini, a piegare alla propria volontà immagini virtuali di altre persone reali?
    “Il potere teme la libertà dell’immaginazione (…) Non dimentichiamo che sia Stalin sia Hitler sono noti per aver bandito la pubblicazione dei racconti di fate” (Stenger, 1991). Forse sarebbe meglio capovolgere questa osservazione e constatare invece che il “potere” cerca di fornire proprio strumenti di evasione. In fin dei conti è più facile accettare di esser schiavi su questa terra se poi nel ciberspazio tutto è lecito. Il ciberspazio, dove il corpo è assente, potrebbe diventare un illusorio conforto per il corpo martoriato dallo stress e dallo sfruttamento che subisce nel mondo reale. Hitler e Stalin sarebbero stati ben contenti se avessero avuto a disposizione anche questa possibilità, oltre ai loro campi di sterminio di massa. Nella visione di Orwell i media entravano nel mondo reale per condizionare la vita concreta degli individui, con il ciberspazio il mondo reale può seguire tranquillamente il suo corso, purché l’individuo si riconosca nelle vaste possibilità e personificazioni del ciberspazio. Il ciberspazio rischia di essere veicolato come la “droga” più micidiale che sia mai stata inventata.”
    (Da Alberto Pian, Computer, scuola e formazione)
     

    Tra le definizioni sotto elencate UNA è SCORRETTA, in quanto non coglie il significato che il termine ha assunto nel testo in cui queste parole compaiono sottolineate:

    1. Manipolare: modificare, rielaborare
    2. Analogo: identico, uguale
    3. Stupro: atto di violenza carnale
    4. Frustrazioni: insoddisfazioni, delusioni
    5. Micidiale: che ha effetti mortali
  4. CAMERIERE: Con la cena gradisce il vino bianco o il rosso? GEORGE:
    Non importa. Sono .......................»
    (J. A. Paulos, Penso, dunque rido. L’altra faccia della filosofia)

    Si individui la conclusione che restituisce senso umoristico alla scenetta:

    1. Astemio
    2. Bulimico
    3. Daltonico
    4. Anoressico
    5. Raffreddato
  5. “Erra chi crede che la vittoria delle imprese consista nello essere giuste o ingiuste, perché tutto dì si vede il contrario: che non la ragione, ma la prudenza, le forze e la buona fortuna danno vinte le imprese. È ben vero che in chi ha ragione nasce una certa confidenza, fondata sulla opinione che Dio dia la vittoria alle imprese giuste, la quale fa gli uomini arditi e ostinati: dalle quali due condizioni nascono talvolta le vittorie. Così l’avere la causa giusta può per indiretto giovare, ma è falso che lo faccia direttamente”.
    (Francesco Guicciardini)
     

    Individuate la considerazione NON rigorosamente DEDOTTA dal passo di Guicciardini, sopra riportato in "traduzione" in italiano moderno:

    1. Che un'impresa sia sentita da chi la promuove più o meno giusta, è del tutto irrilevante ai fini del suo successo
    2. Che Dio sostenga le azioni dei giusti è un'illusione: la causa giusta è spesso perdente
    3. L'opinione che Dio sostenga le azioni dei giusti è illusoria; ciò non vuol dire che non possa avere effetti positivi
    4. Il coraggio e l'ostinazione di chi si sente dalla parte della giustizia sono talvolta elementi determinanti per conseguire una vittoria
    5. L'esperienza ci insegna che ha più successo chi è forte e fortunato che chi è dalla parte della ragione
  6. “Erra chi crede che la vittoria delle imprese consista nello essere giuste o ingiuste, perché tutto dì si vede il contrario: che non la ragione, ma la prudenza, le forze e la buona fortuna danno vinte le imprese. È ben vero che in chi ha ragione nasce una certa confidenza, fondata sulla opinione che Dio dia la vittoria alle imprese giuste, la quale fa gli uomini arditi e ostinati: dalle quali due condizioni nascono talvolta le vittorie. Così l’avere la causa giusta può per indiretto giovare, ma è falso che lo faccia direttamente”.
    (Francesco Guicciardini)
     

    UNO SOLO dei motivi elencati NON È rilevante, secondo Guicciardini, per il buon esito di un'impresa. Individuatelo:

    1. La determinazione nel lottare per ciò che si crede giusto
    2. Il fatto che la causa che si difende sia oggettivamente giusta
    3. La fiducia in un Dio giusto
    4. L'ostinazione a perseguire una meta che si crede giusta
    5. La buona sorte
  7. Molto frequenti, soprattutto nelle donne, che in un 20 - 30% ne soffrono almeno una volta nella vita, le infezioni urinarie costituiscono un gruppo complesso di situazioni patologiche.
    Talora isolate, ma non di rado recidivanti o persistenti, sono spesso asintomatiche. Anche se sono sintomatiche e molto fastidiose, sono in genere prive di reale importanza clinica: nella maggioranza dei casi l'infezione resta confinata alla vescica, senza conseguenze importanti per l'organismo.
    Ma questa non è purtroppo la regola: per quanto in una percentuale di casi ridotta, possono infatti essere gravi, sino a richiedere un ricovero ospedaliero. In casi sfortunati può essere interessato il rene, con infezioni acute o croniche che possono causare danni irreversibili.
    Nel soggetto sano, le urine prelevate direttamente dalla vescica non contengono batteri. Durante la minzione spontanea avviene in genere una contaminazione delle urine, principalmente per contatto con le mucose del tratto più distale dell'uretra, canale che collega la vescica con l'esterno, e che è fisiologicamente colonizzata da batteri.
    La presenza di batteri nelle urine non è quindi sufficiente a far porre diagnosi di infezione urinaria. Nella pratica medica, per superare questo ostacolo, importante soprattutto nei casi asintomatici, si ricorre d'abitudine al cosiddetto conteggio batterico, in grado di discriminare contaminazione e batteriurie di reale significato clinico. In base ad un'ampia e consolidata esperienza si ritiene che, di massima, possa essere significativa la presenza di almeno 100.000 batteri per millimetro cubo di urina.

    Delle seguenti affermazioni UNA sola NON CONSEGUE con quanto riferito nel testo:

    1. La presenza di un conteggio batterico di 10.000 batteri per mL non è di per sé significativo per una diagnosi di infezione urinaria
    2. Il conteggio batterico è un test fondamentale per diagnosticare le infezioni urinarie
    3. Le urine dei soggetti sani inviate in laboratorio contengono d'abitudine un certo numero di batteri
    4. Non si può porre diagnosi di infezione urinaria in assenza di sintomi clinici
    5. Tra i giovani le donne sono più esposte alle infezioni urinarie degli uomini
  8. Molto frequenti, soprattutto nelle donne, che in un 20 - 30% ne soffrono almeno una volta nella vita, le infezioni urinarie costituiscono un gruppo complesso di situazioni patologiche.
    Talora isolate, ma non di rado recidivanti o persistenti, sono spesso asintomatiche. Anche se
    sono sintomatiche e molto fastidiose, sono in genere prive di reale importanza clinica: nella
    maggioranza dei casi l'infezione resta confinata alla vescica, senza conseguenze importanti per l'organismo.
    Ma questa non è purtroppo la regola: per quanto in una percentuale di casi ridotta, possono
    infatti essere gravi, sino a richiedere un ricovero ospedaliero. In casi sfortunati può essere
    interessato il rene, con infezioni acute o croniche che possono causare danni irreversibili.
    Nel soggetto sano, le urine prelevate direttamente dalla vescica non contengono batteri. Durante la minzione spontanea avviene in genere una contaminazione delle urine, principalmente per contatto con le mucose del tratto più distale dell'uretra, canale che collega la vescica con l'esterno, e che è fisiologicamente colonizzata da batteri.
    La presenza di batteri nelle urine non è quindi sufficiente a far porre diagnosi di infezione
    urinaria. Nella pratica medica, per superare questo ostacolo, importante soprattutto nei casi
    asintomatici, si ricorre d'abitudine al cosiddetto conteggio batterico, in grado di discriminare
    contaminazione e batteriurie di reale significato clinico. In base ad un'ampia e consolidata
    esperienza si ritiene che, di massima, possa essere significativa la presenza di almeno 100.000 batteri per millimetro cubo di urina.

    Delle seguenti affermazioni UNA SOLA È IN ACCORDO con quanto espressamente riferito nel testo:

    1. Le infezioni urinarie interessano solo marginalmente gli uomini
    2. Per accertare la presenza di batteri nelle urine bisogna procedere al loro diretto prelievo dalla vescica
    3. Nonostante i progressi della medicina le infezioni urinarie continuano a costituire un problema di difficile soluzione
    4. La diagnosi di infezione urinaria è sempre affidata ai risultati di esami di laboratorio
    5. L'elevata frequenza delle recidive delle infezioni urinarie è un segno che gli antibiotici ora disponibili non sono efficaci contro di esse
  9. La _____________ è la scienza che studia i sintomi morbosi per interpretarli; la ______________ è la scienza che descrive gli stati morbosi e ne fa la storia.

    Inserite nella frase la coppia di parole opportune

    1. Patologia / semeiotica
    2. Patologia / diagnostica
    3. Semeiotica / patologia
    4. Diagnostica / bioetica
    5. Bioetica / anamnestica
  10. «I bambini insicuri e ansiosi tendono a disegnare figure piccole che occupano timidamente soltanto una parte ridotta dello spazio a disposizione. [...] L'assenza di braccia nei disegni di bambini oltre i sei anni può denotare timidezza, passività, o immaturità intellettuale. [...] Le mani nascoste sono state interpretate come un’espressione di sensi di colpa. [...] Le proporzioni esagerate delle mani sono viste come il simbolo di tendenze aggressive se la figura è un autoritratto. Quando la figura rappresenta invece un genitore o chi fa le sue veci, le mani accentuate possono indicare aggressività subita, anticipata o temuta. [...] Nei disegni di bambini insicuri si osserva di frequente l’instabilità della figura, che oscilla sul sostegno insufficiente di piedi piccoli».
    (Joseph H. Di Leo, I disegni dei bambini come aiuto diagnostico)

    Solo UNA delle considerazioni seguenti può ritenersi CORRETTAMENTE dedotta dalle premesse contenute nel brano riportato. La si individui:

    1. Il bambino che si rappresenta con le mani troppo piccole teme probabilmente di subire atti violenti ad opera delle figure parentali
    2. Attribuendo nei disegni mani enormi ai genitori o a coloro che ne fanno le veci, i bambini tradiscono le proprie accentuate tendenze aggressive
    3. Le braccia nascoste e i piedi piccoli delle figure disegnate indurrebbero a pensare ad un bambino affetto da spiccati sensi di colpa
    4. Il disegno di una figura di grandi dimensioni che occupa un'ampia porzione del foglio farebbe pensare ad un bambino ben adattato e libero dall'ansia
    5. Rappresentando i genitori come figure dalle mani nascoste il bambino opera un'inconsapevole attribuzione della responsabilità delle violenze subite